Blog di Alberto Rizzi
Blog di Carlo Gambescia
Blog di Giacomo Coccolini
blogghete.blog.dada.net
Bye Bye Uncle Sam
Il sito di Ekpyrosis
L'omonimo relativista
Piccolo Zaccheo
Studi su Carl Schmitt
The Apocalyptic Blog
WXRE
oggi
luglio 2009
maggio 2009
marzo 2009
febbraio 2009
luglio 2008
giugno 2008
maggio 2008
aprile 2008
marzo 2008
febbraio 2008
gennaio 2008
novembre 2007
ottobre 2007
settembre 2007
agosto 2007
luglio 2007
giugno 2007
maggio 2007
aprile 2007
marzo 2007
febbraio 2007
gennaio 2007
dicembre 2006
novembre 2006
visitato *loading* volte
L'inganno di Camp David (maggio 2000)
Il 24 maggio del 2000 Israele ritira le proprie truppe del Libano dopo 22 anni di occupazione: è una sconfitta militare con ripercussioni anche sul piano politico. Due mesi dopo si svolge un incontro a Camp David che dovrebbe decidere sullo status definitivo di Gerusalemme e sulle altre questioni lasciate in sospeso con gli accordi del 1993. Sui risultati del vertice, realizzato con la consueta mediazione statunitense, gli Israeliani diffondono una versione di comodo, aiutati dall'assenza di resoconti pubblici di parte americana, secondo la quale avrebbero fatto concessioni notevoli ai palestinesi. La realtà è completamente diversa. Israele rifiuta il presupposto di base unico possibile per arrivare a una pace fondata sulla giustizia e sulle legalità sancita dall'ONU, cioè il ritiro dai territori occupati (compresa la parte est di Gerusalemme) e il ritorno ai confini del 4 giugno del 1967 — al fine di far nascere uno stato palestinese sovrano, che Israele di fatto non accetta, sottraendo il controllo delle frontiere e, parzialmente, la garanzia della difesa interna — secondo quanto sancito dalle risoluzioni 242, 338 del Consiglio di sicurezza dell'ONU e il rimpatrio dei profughi, secondo il diritto loro riconosciuto dalla risoluzione 194. Anzi, gli israeliani affermano che le colonie illegali nei territori occupati darebbero loro la possibilità di modificare le frontiere del 1967, grazie all'annessione dei territori ormai abitati da molti coloni ebrei (circa 200.000 in Cisgiordania, sul destino dei quali la Palestina si è detta disposta a non prevederne l'espulsione, pur subordinandone la permanenza al riconoscimento della nuova autorità).
In quell'incontro, non solo non viene risolta alcuna questione aperta, ma Israele cerca di rafforzare il proprio controllo proponendo uno stato palestinese diviso in tre cantoni, tra loro non comunicanti, inframmezzati da colonie non smantellate, senza collegamenti con gli stati confinanti (Libano, Siria, Giordania, Egitto), la cui capitale Gerusalemme sarebbe un puzzle inestricabile a macchia di leopardo, non comprendente la città vecchia, cioè i quartieri arabi della Città santa, ma solo la periferia orientale e settentrionale. Inoltre viene ribadita da Israele la sovranità sul Sacro Recinto, pur riconoscendo la "tutela amministrativa" ai palestinesi (oggi gestita dal WAFQ, il fondo religioso islamico). Non viene presa in considerazione la richiesta palestinese di una sovranità piena sulla città orientale occupata nel 1967, comprendente la città vecchia, e la negoziazione dello status dei luoghi santi ebraici. In merito alle colonie, Israele ne propone la rimozione totale solo nelle zone arabe centrali della Cisgiordania (in tutto, il 20%), mentre rivendica l'annessione di tre aree della Cisgiordania (concedendo ancora un 3% alla Palestina), compresa la zona di confine con la Giordania e parte dell'area a est di Gerusalemme. In sintesi, sette anni dopo gli accordi di Oslo, i palestinesi controllano solo parzialmente il 40% della Cisgiordania e il 70% della striscia di Gaza, mentre i confini del 1967 ne riconoscerebbero la sovranità totale.
«Lasciateli tornare a casa»: i profughi dimenticati (C. David, maggio 2000)
Uno scoglio notevole, sul piano prima morale che politico, a Camp David si è poi avuto sulla questione-profughi. Comprensibile l'inflessibilità palestinese, che ha ribadito la necessità del riconoscimento del diritto al ritorno secondo la r. 194, mentre Israele ha riaffermato di non sentirsi responsabile per il loro destino e si è detta disponibile solo a rientri simbolici, che contemplerebbero il ricongiungimento solo per quelli fuggiti nel 1948, diritto non esteso ai loro famigliari.
Sono quasi quattro milioni i palestinesi "residenti" all'estero (censimento UNRWA-ONU), di cui oltre 3.700.000 rifugiati nei campi. Il numero "originario" dei profughi era di 780.000, cacciati nel 1948, ai quali si sono aggiunti i 400 mila della seconda fase dell'espulsione, coincisa con l'occupazione del 1967. La loro situazione è stata a più riprese discussa a Madrid (1991), a Oslo (1993) e poi ancora nella capitale norvegese (1995), ma senza arrivare a una soluzione. Secondo la r. 194 ONU i profughi hanno diritto al ritorno oppure a un risarcimento della terra sequestrata e delle case distrutte o espropriate, mentre Israele è disposto a un ritorno molto simbolico e sicuramente non riconosce né responsabilità proprie né l'estensione del diritto ai familiari di quelli cacciati. I profughi sono disseminati in Giordania (1.541.405 di cui 277.555 abitanti nei 10 campi), in Libano (373.440 di cui 208.223 nei 13 campi, dove per le condizioni terribili sanitarie sono morti 17.000 persone dal '49 a oggi), in Siria (378.382, di cui 110.427 nei 10 campi: dopo la crisi della guerra civile libanese ora i rifugiati qui godono diritti civili paritetici, a eccezione del diritto di voto), in Cisgiordania (576.160 di cui 155.365 nei 19 campi), nella striscia di Gaza (808.495 di cui 442.942 negli otto campi profughi — Jabalia, il più grande, dove nacque l'Intifada dell'87, ne ospita 80.000). Questi numeri comprendono i 350.000 palestinesi espulsi dal Kuwait nel 1991 durante la Guerra del Golfo. Si aggiunga che Stati Uniti e Israele vogliono liquidare l'organismo dell'UNRWA, che si occupa della gestione dei campi in termini di infrastrutture, di rete stradale, di elettricità, di smaltimento rifiuti e di educazione scolastica di base, e che assicura ai campi lo status di extraterritorialità cui i rifugiati tengono moltissimo perché connesso alla temporaneità almeno ufficiale della loro condizione.
Ultimo punto, ma non meno importante per il futuro di uno stato che dovrebbe essere edificato su basi di giustizia e con prospettive di sviluppo sociale ed economico, e sul quale si è registrato il fallimento è stato quello relativo al controllo delle risorse idriche, di cui attualmente Israele gestisce l'80% della distribuzione. Per dare un'idea seppur sommaria di cosa significhi la questione-acqua, si consideri che Israele trae la proprie risorse idriche da 3 falde freatiche situate in Cisgiordania e sottratte ai palestinesi, oltre allo sfruttamento del lago di Tiberiade in Galilea (sul quale rivendica diritti anche la Siria, ma il possibile negoziato si è bloccato sul nascere per il rifiuto israeliano di ritirarsi da un'area nel Golan di soli 20 km., importanti perché consentirebbero al paese arabo l'accesso al lago almeno a nord). Il consumo annuo di acqua dei palestinesi è di 112 m3 pro capite in Cisgiordania e 105 a Gaza, contro i 404 m3 di Israele, per una popolazione araba che arriva a quasi 4.700.000 individui (3.300.000 circa più 1.385.000 profughi interni) contro i 6 milioni circa di israeliani (di cui però 1.200.000 sono arabi della Galilea, privati di molti diritti elementari). Si calcola che 80 villaggi rurali arabi su 200 non sarebbero raggiunti dalla rete idrica: il 20% del loro reddito annuo viene destinato all'acquisto da Israele di acqua prelevata nei suoi territori.
continua (...)
"Il più bello dei fiori il ciliegio. Il più puro degli uomini il guerriero." A Walter, due anni dopo
Intifada, fratelli! (1987-1988)
Ma la rivolta palestinese non può essere più frenata: nasce quasi per caso come reazione a uno dei tanti episodi che gli anni dell'occupazione hanno fatto diventare quotidiani. L'8 dicembre del 1987 un camioncino di pendolari residenti nel gigantesco campo-profughi di Jabalia si "scontra" frontalmente con una jeep israeliana a sud di Asqelon: vi restano uccisi alcuni palestinesi. I funerali del giorno successivo diventano un'adunata che invoca la vendetta contro l'occupante, e che si trasforma in breve in rivolta generalizzata. Il bilancio del primo giorno (9 dicembre) di "Intifada" (letteralmente "scrollarsi di dosso" l'occupazione) è pesantissimo: oltre 30 morti. Tre giorni dopo, a Nablus, nel campo profughi di Balata, altri 12 morti. La rivolta dei ragazzi delle pietre non si esaurisce in pochi giorni: sei mesi di scioperi, manifestazioni e scontri pesantissimi contro un esercito spietato e per nulla impietosito dalla clamorosa disparità di mezzi, sconvolgono i territori occupati, principalmente Gaza e Cisgiordania, ma anche la parte araba di Gerusalemme. I martiri saranno oltre 250. In campo diplomatico, un segnale arriva dalla Giordania, che nel 1988 riconosce definitivamente l'OLP quale unico interlocutore e rappresentante legittimo dei palestinesi e, attraverso un trattato di pace stipulato con Israele, rinuncia definitivamente alla Cisgiordania ma in favore dell'autodeterminazione palestinese.
Un popolo e le sue pietre (1988-1992)
Ma il passo più importante è proprio palestinese: nel novembre 1988 il Consiglio Nazionale Palestinese, riunito ad Algeri, annuncia il riconoscimento di Israele sui confini del 1967 (r. ONU 242) e proclama lo Stato indipendente di Palestina sul 22% del territorio della Palestina storica, corrispondente alla striscia di Gaza, alle regioni di Samaria e Giudea, e a Gerusalemme Est. Ma l'Intifada prosegue, anche perché da Israele non arriva alcun segnale, anzi. A dicembre il governo israeliano rifiuta il riconoscimento dello Stato palestinese, quindi ogni dialogo con l'OLP, anzi approva nuovi insediamenti di coloni nei territori occupati. L'uccisione a Tunisi da parte di un commando israeliano di Abu Jihad, dirigente di spicco dell'OLP, accende una nuova ondata di scontri e repressione nei territori che causa decine di morti. Le componenti più radicali della resistenza palestinese si oppongono al negoziato con Israele. Tra queste sicuramente la Jihad islamica, organizzazione fondamentalista contraria alla politica dell'OLP, e Hamas (abbreviazione di Harakat al-mugawama al-islamiya, che in arabo sta per "Movimento di resistenza islamica", ma il suo acronimo suona come "entusiasmo", "ardore"), il gruppo rivoluzionario islamico palestinese che si oppone risolutamente al processo di pace. Hamas viene fondato (dal nucleo dei Fratelli Musulmani) proprio nel 1988 nei territori occupati ma poi estende la sua influenza al di fuori e Ezzedin Al Kassam ne è il braccio militare. L'8 ottobre del 1990 un episodio edificante chiude "idealmente" la prima fase dell'Intifada: la polizia israeliana massacra 21 palestinesi a Gerusalemme, nel Sacro Recinto, luogo sacro dell'Islam. Ma la tensione non accenna a diminuire nei territori occupati. Anzi conosce un picco di recrudescenza in occasione della crisi del Golfo (gennaio 1991), con i missili iracheni che attaccano Israele e che danno la piacevole sensazione ai palestinesi di non essere soli. Intanto sul piano dell'azione diplomatica, il 30 ottobre del '91si apre la conferenza internazionale sul medio Oriente, con la partecipazione di USA e URSS in veste di mediatori e israeliani e palestinesi che siedono allo stesso tavolo. Il processo di pace appena avviato rischia subito di incepparsi con l'espulsione da Israele di 415 simpatizzanti di Hamas, che il Libano peraltro si rifiuta di accogliere. Ma è solo un incidente di percorso, la corrente moderata dell'OLP ha ormai imboccata una strada senza ritorno che conduce alla trattativa e al negoziato.
Le parole del negoziato, la rabbia per l'occupazione (1993-1997)
Dopo un'ennesima di ondata di scontri, in marzo, che lasciano sul campo decine di morti, il 9 settembre del 1993 si assiste a un passo decisivo per il cosiddetto "processo di pace": Arafat firma la dichiarazione di riconoscimento dello Stato d'Israele (confini del 1967), seguito dal primo ministro Rabin che riconosce l'OLP (ma non il diritto allo Stato) come legittimo rappresentante del popolo palestinese. Quattro giorni dopo, a Washington, sottoscriveranno un accordo, frutto di un negoziato svoltosi a Oslo una settimana prima: si tratta di una dichiarazione di principi che prevede il reciproco riconoscimento OLP/Israele, l'elezione di un consiglio palestinese con giurisdizione su Gaza e Gerico (che diventa operativo nel 1994, quando Israele evacuerà le due città dei propri militari), il ritiro delle truppe d'Israele dai territori occupati fino a Hebron, esclusa, e in agenda la definizione dello status di Gerusalemme. Infine la definizione di una scadenza del periodo di autonomia dell'Autorità palestinese (transitoria fino al nuovo stato) che non deve durare oltre il 4 maggio del 1999 (5 anni). Il risultato del processo negoziale può dunque essere sintetizzato nella "conquista" di un territorio autonomo, non contiguo, corrispondente a neppure il 23% della Palestina, senza Gerusalemme, disseminato di coloni, con un futuro incerto, e pagato a caro prezzo in martiri: sono 1.250 i caduti per la causa palestinese in quattro anni di Intifada.
Ma a dispetto degli accordi di vertice la vita per gli abitanti dei territori occupati — per non parlare di quella dei profughi, dimenticata negli accordi di pace — è durissima. Il 25 febbraio del 1994, per non fare dimenticare che si è ancora di fatto in guerra, anche se non dichiarata, il colono ebreo Baruch Goldstein uccide a Hebron 29 fedeli musulmani raccolti in preghiera nella moschea dei Patriarchi con una sventagliata di mitra. Il 4 maggio del 1994 si svolge una riunione al Cairo che rende operativa l'evacuazione militare da Gaza e Gerico. Il 28 settembre si definisce a Oslo (II) l'estensione territoriale dell'Autonomia palestinese in Cisgiordania, che "raggiunge" il 27% (controllo totale), più una parte a gestione mista (3%: amministrazione palestinese, sicurezza israeliana). Si ridiscute anche la questione delle risorse idriche: i palestinesi chiedono 450 milioni di m3 annui, ma ne ottengono solo 28 milioni. Gli integralisti ebrei alzano il tiro nel 1995, quando assassinano a Tel Aviv il primo ministro Rabin, colpevole di troppe concessioni agli Arabi. Nel 1996 l'Autonomia palestinese elegge il primo parlamento con governo su Gaza, Cisgiordania e Gerusalemme Est, di cui peraltro Israele ha annunciato l'espropriazione di terre a proprio vantaggio. A dimostrazione che l'accordo di pace resta solo sulla carta, nello stesso anno l'apertura di un tunnel archeologico nell'area del muro del pianto, sotto il Sacro Recinto, finalizzata a dimostrare la presenza dei resti del primo Tempio ebraico che custodiva l'Arca dell'Alleanza e il Santo dei Santi, una scoperta da spendere ovviamente sul piano politico nell'ottica sionista, scatena la rivolta araba per la violazione del luogo santo: il bilancio è di 87 morti, di cui 71 palestinesi. Il 15 gennaio del 1997 le due parti rinegoziano lo status della città di Hebron, che viene "temporaneamente" divisa in due zone, una delle quali (20% del territorio complessivo urbano) sotto controllo israeliano (e di 450 coloni, dove è sita la tomba dei patriarchi) e nella quale vi abitano 20.000 palestinesi.
Una terra da negoziare (1998-1999)
Intanto, se Hamas contrasta la politica negoziale di Arafat con azioni di sabotaggio interne ai territori, Hezbollah continua la propria controffensiva al confine nord di Israele, nel Libano del sud. Peres invia una spedizione ("operazione furore") in Libano per fermare l'Hezbollah: 100 morti dopo una sessione di bombardamenti su un campo profughi. La Siria, che aveva riaperto le trattative per l'accesso al lago di Tiberiade e per il ritiro dal Golan, rompe di nuovo il dialogo.
Nel 1998, a Wye Plantation (23 ottobre), Arafat compie un nuovo passo in fase negoziale: accetta di cancellare dalla Carta nazionale palestinese l'istanza di distruzione di Israele, in cambio di un'altra "porzione" di Cisgiordania, dalla quale però l'esercito israeliano non si ritira subito. Si inaugura la formula "Terra in cambio di pace", che raccoglie l'aperto dissenso degli altri movimenti arabi palestinesi, anche perché restano fuori dal tavolo di discussione le questioni centrali: i confini certi dei "due" stati, lo status di Gerusalemme, la questione dei profughi e quella degli insediamenti colonici, infine il controllo delle risorse idriche. A Sharm El-Sheick (5 maggio 1999) viene concluso un accordo — a tutt'oggi non rispettato — che ridefinisce il calendario di applicazione degli accordi del 1998 (ritiro supplementare da rendere operativo entro il settembre del 2000, data di scadenza anche della transitorietà dell'autonomia palestinese). La nuova ripartizione territoriale riconosce all'Autonomia un 17,2 % (totale), un 23,8% misto e il restante 59% della Cisgiordania sotto controllo israeliano. Dopo 6 anni di negoziato la Palestina ha solo il 41% della Cisgiordania, di cui oltre il 20% con l'esercito israeliano responsabile della sicurezza. Il periodo di "tregua" collegato al negoziato, vale a dire da Oslo (1993) a Camp David (2000) è costato la vita a 408 palestinesi (385 civili) e 263 israeliani (171 coloni o vittime di attentati). L'occupazione israeliana non si è di fatto modificata, è invece aumentata la presenza di insediamenti colonici in Cisgiordania, mentre il controllo delle risorse idriche da parte della Mekorot israeliana è passata dall'80 al 90% in Cisgiordania.
Sei giorni da dimenticare (1967-1969) La guerra puntualmente arriva nel 1967 (III, detta dei "sei giorni") e si conclude in 6 giorni (5-10 giugno), con la mossa israeliana che sorprende l'Egitto e gli alleati (Siria e Giordania) e invade a nord il Golan, a sud Gaza e il Sinai, e in Palestina la "Cisgiordania", compresa la città vecchia di Gerusalemme. Dopo l'armistizio, Israele occupa le aree invase, a dispetto delle risoluzioni ONU: la striscia di Gaza e la penisola del Sinai (sottratti all'Egitto), le alture del Golan (alla Siria) e il settore arabo di Gerusalemme. Lo Stato d'Israele dà il via alla politica d'insediamento dei coloni nei territori occupati (dove vivono 1.500.000 palestinesi), raggiungendo un'estensione territoriale di 4 volte superiore a quella successiva al primo armistizio del 1949. Nei territori i palestinesi organizzano la resistenza attraverso le cellule di Fatah e del Fronte popolare (FPLP, fondato nel 1967, "nasseriano" e rivale di Al Fatah), ma tra 1968 e 1969 si formano anche le prime basi palestinesi nel Libano del Sud, dove si sono insediati migliaia di profughi. Nel 1968 nascono in Siria il Saiqa, affiliato all'iracheno Ba'ath panarabo e il FPLP filo-siriano e filo-libico, mentre un anno dopo è la volta del FDLP, una scissione di sinistra del FPLP, e dell'ALP, movimento palestinese fondato in Iraq dal Ba'ath. OLP, Fatah e Siria nel 1967 respingono la risoluzione ONU 242 che contempla, tra i diritti violati dei palestinesi, anche il dovere del riconoscimento dello Stato d'Israele. Sono questi gli anni di maggior fermento rivoluzionario e i movimenti si sviluppano in tutto il mondo arabo, esportando la questione mediorientale su scala internazionale, con attentati e le azioni eversive ai danni di obiettivi occidentali e americani. Agli inizi degli anni Settanta, i movimenti di guerriglia guadagnano posizioni all'interno della stessa OLP, guidata da Arafat, già portavoce di Al Fatah, dal novembre del 1968. Nel frattempo vanno definendosi anche i rapporti all'interno del mondo arabo, con il partito iracheno Ba'ath che annuncia la creazione di un fronte di liberazione arabo, mentre, sempre nel novembre del 1968, viene firmato un accordo al Cairo tra Libano e palestinesi (riconosciuti come "popolo" dall'ONU nel dicembre del 1969) per il diritto di questi ultimi a organizzare la resistenza armata in Libano. Dune di sangue e Kippur (1970-1977) I paesi arabi, tuttavia, non mantengono a lungo un'unità strategica e la prima frattura avviene nel 1970 sul piano Rogers (segretario di Stato americano): Egitto, Giordania e Israele trovano un accordo sulla Palestina semplicemente sulla base del ritorno alla situazione ante-1948, rifiutato oltre che dalla resistenza palestinese anche dagli oltranzisti israeliani. La spaccatura più grave, prima della guerra civile in Libano (che vedrà protagonisti dal 1975 soprattutto la comunità cristiano-maronita e gli arabi mussulmani), che coinvolgerà pesantemente i palestinesi dei campi profughi, riguarda però la Giordania: tra il 17 e il 27 settembre del 1970 ("Settembre nero"), infatti, l'esercito giordano porta a termine una sanguinosa repressione contro i "fedayn" palestinesi di Giordania, dando vita a uno scontro interno al mondo arabo che durerà diversi anni, almeno fino al 1973 quando re Hussein riconoscerà il diritto all'autodeterminazione per la Palestina. La battaglia più sanguinosa si combatte tuttavia in Libano, dove i palestinesi lasciano sul terreno il maggior numero di martiri. I primi raid israeliani in Libano nel 1972 contro i campi profughi palestinesi causano oltre 200 morti. I paesi arabi tentano ancora la soluzione militare nel 1973, senza riuscire neppure questa volta a ottenere risultati decisivi: la guerra del Kippur (IV guerra), in ottobre non fa indietreggiare Israele, che pure registra molte perdite, dal Sinai, di cui mantiene il controllo. L'ONU interviene con una risoluzione (338) che invita alla riapertura dei negoziati sulla base dell'applicazione della 242. Un anno dopo l'ONU riconosce l'OLP come «legittimo rappresentante del popolo palestinese», costringendo anche la Giordania a farlo, nonostante le iniziali riserve, e successivamente (risoluzione 3236) stabilisce il diritto palestinese all'autodeterminazione, sovranità e indipendenza nazionale, su cui peserà notevolmente il veto americano annunciato nel 1976. Lo strappo più importante nel mondo arabo è tuttavia l'Egitto a compierlo per primo: nell'ottobre del 1975 il Trattato del Sinai prevede il reciproco impegno israelo-egiziano a ricomporre la crisi in modo pacifico. L'Egitto è il primo paese arabo a sedere a un tavolo con Israele, quindi a riconoscerlo di fatto. Nonostante nel settembre del '76 la Palestina venga accolta quale 21° membro della Lega Araba, i paesi dell'area si avviano verso un decennio di conflitti intestini con pesanti ripercussioni sul destino del popolo palestinese. Nel 1977 nasce, per esempio, il FPL, movimento palestinese antisiriano. Sempre nel 1977 Egitto (con Sadat) e Israele (Begin) portano avanti un negoziato separato (condannato dagli altri paesi arabi) che non fa peraltro progredire in alcun modo la risoluzione della questione relativa ai territori occupati. In ambito internazionale, mentre nell'ottobre del 1977 gli USA si astengono in merito alla condanna da parte dell'Assemblea Generale dell'ONU dello stanziamento di coloni nei territori occupati, un timido spiraglio di aggiramento dell'isolamento palestinese arriva dall'Europa "dei Nove", che riconosce nello stesso anno il diritto palestinese all'autodeterminazione. Addio Gerusalemme (1978-1981) Nel decennio successivo il teatro della guerra si sposta in Libano, sul quale dal 1976 la Siria, dopo un intervento militare diretto, ha posto una sorta di tutela. Nel marzo del 1978 Israele bombarda i campi profughi palestinesi nei pressi di Beirut, e solo due mesi dopo invade il sud del paese (condanna dell'ONU, risoluzione 425). Ciononostante in settembre Sadat incontra Rabin a Camp David (mediatore è Carter) per mettere in calendario il ritiro israeliano dal Sinai, che si concluderà quattro anni più tardi. La pace tra i due paesi, formalizzata nel '79 sempre a Camp David, causa la sospensione dell'Egitto dalla Lega Araba. La risposta, infatti, alla disponibilità negoziale egiziana e la nuova ondata di insediamenti colonici israeliani nella Cisgiordania occupata, decisi nel settembre dello stesso anno. Nell'agosto del 1980 Israele annette la parte est di Gerusalemme, occupata tredici anni prima, e proclama la città "unificata" capitale dello Stato. Due mesi dopo il parlamento israeliano rifiuta l'ipotesi di uno stato palestinese da realizzare nei territori occupati da Israele nel 1967. Nel 1981 Israele annette anche le alture del Golan, strappandole alla Siria. La campagna militare, tuttavia, non è finita e nel giugno del 1982 con l'operazione "Pace in Galilea" il generale israeliano Sharon prende possesso pieno del sud del Libano, dopo averlo precauzionalmente bombardato. La seconda rottura pesante in ambito arabo si registra sempre nel 1982, e si sovrappone alla guerra civile che nel frattempo scoppia in Libano. In questo quadro nasce (1982) e si sviluppa il "Partito di Dio", Hezbollah, movimento guerrigliero arabo sciita, appoggiato dall'Iran e dalla Siria, che diventerà la principale forza politico-militare del Libano, resistendo, con i suoi fedayn, all'occupazione israeliana del sud del paese. Arafat annuncia in luglio di voler approvare tutte le risoluzioni ONU riguardanti la Palestina e segna in questo modo una svolta, non approvata dai dissidenti e dalla Siria, dalla quale lo stesso Arafat è costretto a fuggire, espulso, nel giugno dell'anno successivo. Martiri nel Libano (1982-1986) A settembre dell'82 le milizie cristiane falangiste, supportate dalle forze militari di Sharon, massacrano i profughi palestinesi di Sabra e Chatila: 2.000 morti è il bilancio sanguinoso di un "episodio" della pesantissima guerra civile che attraverserà il Libano e i campi profughi negli anni a venire. La svolta "negoziale" dell'OLP è ormai avviata e la conferma arriva dall'approvazione di Arafat, nel 1984, della riapertura giordana all'Egitto. I massacri in Libano, comunque, non sono finiti: mentre gli israeliani cominciano il ritiro dal sud (concluso nel giugno '85), pur mantenendo la "fascia di sicurezza" controllata da miliziani libanesi filo-sionisti, Sabra e Chatila è di nuovo bersaglio per un nuovo massacro dei miliziani. L'accordo giordano-egiziano è il preludio alla dichiarazione comune giordano-palestinese di Amman del febbraio 1985. I dissidenti palestinesi ad Arafat — il cui quartier generale di Tunisi viene distrutto dall'aviazione israeliana nell'ottobre '85 causando 70 morti — si organizzano intanto nel Fronte di salvezza nazionale palestinese, cui risponde Abu Nidal (Organizzazione militare internazionale, fondata nel 1974) a fine 1985 (dirottamenti A. Lauro, a Malta, a Roma e a Vienna). L'OLP risponde al raid israeliano con un attentato a Gerusalemme nel 1986, subito seguito da una rappresaglia in Libano, (replicata nel settembre del 1987, con un bilancio di circa 50 palestinesi massacrati), Il governo Shamir comunque non perde tempo neppure in "casa" e nel dicembre del 1986 ordina una massiccia e sanguinosa repressione di manifestanti palestinesi nei territori occupati. Sale la tensione nuovamente fra Giordania e palestinesi: re Hussein nel febbraio 1986 congela l'accordo di Amman, di cui viene chiesta l'abrogazione dai dissidenti filo-siriani nel marzo 1987, accontentati dall''OLP un mese dopo. Il giugno del 1987 fa registrare uno sciopero di massa dei cittadini arabi israeliani, ma la repressione dell'aviazione israeliana non si placa e questa volta si abbatte sul campo libanese di Ain El-Hilweh, causando oltre 40 morti. continua (...)
Verso la spartizione (1937-1945) Gli Arabi fanno alzare il livello della tensione cercando rappresentanza politica inizialmente nella dinastia hashemita di Giordania, cui è stata affidata la Transgiordania nel 1921, e poi estendendo i disordini da Gerusalemme a Giaffa, Nablus e Haifa. Gli anni Trenta sono quelli dell'esasperazione araba, che sfocia nello sciopero generale del 1936 prodromo alla grande rivolta, presto trasformatasi in guerra civile, contro l'amministrazione inglese, guidata dal Gran Mufti di Gerusalemme e sedata dall'intervento dell'esercito britannico. La prima proposta di spartizione (piano Peel) è del 1937 (due stati con Gerusalemme sotto tutela britannica), ma viene respinta dagli Arabi, i quali temono che la concessione faccia da preambolo a una futura e progressiva espulsione dalla loro terra, come, infatti, la storia s'incaricherà di dimostrare. L'idea viene abbandonata anche in previsione del secondo conflitto mondiale, che richiede rapporti d'equilibrio nell'area, puntualmente serviti dal "Libro bianco" britannico del 1939, che propone una limitazione all'immigrazione ebraica a soli 1.500 individui al mese — una misura aggirata dalla clandestinità, in via di intensificazione —, e dalla proposta di uno stato indipendente e unito (1939) con governo misto delle due componenti etnico-religiose da realizzare in 10 anni. Gli anni della guerra servono solo a rimandare la questione lasciata aperta dall'irresponsabilità degli inglesi, che si rivolgono alla Società delle Nazioni, mentre nel frattempo accettano il sostegno di una brigata volontaria, formata dai ranghi delle formazioni terroristiche ebraiche — suscitando l'ovvia reazione filo-Asse da parte del Muftì — e, con la solita politica doppiogiochista, respingono ufficialmente le pressioni (1942) da parte del Congresso sionistico di New York per uno Stato ebraico. Gli anni della fine della guerra (1945-46) vedono un inasprimento della tensione tra inglesi ed ebrei, sfociata nella tragedia dell'Exodus, la nave di immigrati clandestini respinta e affondata, e il concrettizzarsi da parte araba di un'opzione militare per la risoluzione del conflitto: è questa l'indicazione che esce dalla riunione di fondazione della Lega Araba del 2 marzo del 1945 al Cairo e che vede riuniti e concordi Algeria, Arabia Saudita, Egitto, Giordani, Iraq, Libia, Siria e Yemen. Guerra e «catastrofe» (1946-1949) Sollecitata dalla conferenza per la Palestina di Londra (1946), cui aveva partecipato anche la lega Araba pronta alla guerra, l'Organizzazione della Nazioni Unite decreta nel 1947 la fine del mandato britannico (da ultimare col 15 maggio del 1948) e propone la spartizione della Palestina in due stati, uno arabo (45% del territorio) e uno ebraico (55%) con Gerusalemme posta sotto tutela internazionale (ONU), proposta approvata dall'assemblea il 29 novembre e anche dall'Agenzia Ebraica, che occupa subito ampie zone di territorio di destinazione araba, mentre viene respinta dalla Lega Araba che vuole evitare l'insediamento di qualsiasi entità ebraica nella regione per non pregiudicare per sempre il futuro di autonomia. Con il suo esercito la Lega Araba risponde all'occupazione, entra in Galilea e attacca Gerusalemme, che resta amministrata dall'ONU. Nell'aprile del 1948 gli ebrei hanno già pronto un esecutivo per la formazione del primo governo dello stato nascente, che viene proclamato indipendente e sovrano dal Consiglio Nazionale ebraico il 14 maggio e presieduto da Ben Gurion, mentre il giorno successivo la Gran Bretagna ritira truppe e funzionari in accordo con l'ONU. Il passo successivo è la guerra scatenata dagli stati arabi (giordani, libanesi, iracheni, siriani ed egiziani). L'attacco arabo viene respinto (I guerra arabo-israeliana) nel giro di un anno (luglio 1949) e gli ebrei conquistano anche Eilat sul Mar Rosso, raggiungendo un armistizio con Egitto, Libano, Giordania e Siria, sotto l'egida dell'ONU. Tra febbraio e luglio la commissione d'armistizio dell'ONU divide la regione in tre settori: Alta Galilea, altopiani occidentali, Negev e Gerusalemme nuova (ovest) a Israele; Giudea (comprendente Gerusalemme Est e i luoghi santi della città vecchia) e la fossa del Giordano (Cisgiordania), da unire alla Transgiordania, alla Giordania; il territorio di Gaza all'Egitto. Una spartizione che altera già gli equilibri etnici della Palestina storica, perché consente a Israele di estendere notevolmente il suo territorio oltre i confini stabiliti dall'ONU nel 1947, vale a dire da 15.500 kmq (55%) a 20.700 (78%). Tra ottobre e dicembre dello stesso anno il Congresso palestinese nelle due sedute di Amman e Gerico sceglie la tutela giordana, chiedendo a re Abdallah di istituire un protettorato sulla Palestina, da unire alla Transgiordania sotto un unico regno. Con la prima guerra persa contro Israele, il popolo palestinese prende coscienza della nuova realtà di paese occupato e fa i conti, drammatici, con la nekba, la catastrofe, come viene ricordata ancora oggi dagli Arabi: è il dramma dei profughi, dei palestinesi cacciati dalle loro case dall'invasione sionista. Una tragedia che vede coinvolti, in questa prima fase, 780.000 palestinesi, una cifra altissima, considerati i numeri iniziali della popolazione araba (neppure 1.400.000 in tutta le regione e 860.000 nello stato d'Israele), che permette agli ebrei di diventare maggioritari almeno nel loro stato, anche dopo l'armistizio, che prevede un programma di ricongiungimento per 160.000 palestinesi del nord, destinati a diventare cittadini israeliani. Già nel dicembre del '48, quindi a guerra ancora in corso, il dramma dei profughi — che lasciarono tra l'altro 75.000 locali abitativi di proprietà, 10.000 lavorativi e 350 villaggi agricoli, pari al 15% di tutta la terra coltivata — si stava delineando nelle sue dimensioni, al punto da spingere l'ONU a emanare una risoluzione, la 194, che sanciva il diritto al ritorno sui suoi territori per tutti I palestinesi cacciati, una risoluzione ancora oggi tra i principali oggetti di contesa. La rivolta organizzata e la maledizione del Sinai (1950-1964) Negli anni successivi il numero dei profughi che vanno a rifugiarsi nei territori dei diversi stati confinanti, oltre che nelle aree arabe occupate, aumenterà esponenzialmente, raggiungendo la quota di 1.560.000 intorno a metà degli anni Cinquanta e cominciando a creare problemi alle frontiere di Israele con i primi raid provenienti da Giordania e Siria. Nel 1950 Israele proclama Gerusalemme capitale dello Stato, mentre la situazione dell'area si complica con l'assassinio, da parte di un radicale palestinese, di re Abdallah, nonno di Hussein di Giordania (che gli succederà). Al Cairo nel 1952 nasce un'associazione palestinese (movimento palestinesi della Diaspora) di cui fa parte Yasser Arafat e da cui sorgerà Al-Fatah (fondata nel 1959, è la più antica formazione, inizialmente contraria al panarabismo, ed è dotata di una formazione armata, i Tanzim, oggi capillarmente diffusi a Gaza e in Cisgiordania, con 10.000 attivisti, di cui non fanno parte i volontari di "Forza 17", l'unità speciale di Arafat), mentre nel 1955 si registra il primo pesante raid israeliano su Gaza. La questione palestinese fa da sfondo alla guerra scatenata da Israele, con l'appoggio di Francia e Gran Bretagna, all'Egitto per la questione del canale di Suez, nazionalizzato da Gama Abd El-Nasser — al potere dal 1954. Israele invade la penisola del Sinai e costringe l'Egitto a riaprire Eilat, unico accesso israeliano al Mar Rosso. La crisi di Suez (II guerra arabo-israeliana), comunque, si chiude nel dicembre e successivamente con il ritiro dell'esercito israeliano dal Sinai, già presidiato dal contingente ONU, entro marzo del 1957. In quell'anno le Nazioni Unite deliberano il ritiro delle forze armate israeliane anche da Gaza. La situazione mediorientale, nel frattempo, evolve verso l'unità strategica dei paesi arabi confinanti con il nuovo stato occupante. In pochi anni si consuma la breve esperienza della Repubblica Araba Unita (Egitto, Siria e poi Yemen) sotto l'egida di Nasser, che accorda uno statuto particolare per Gaza, ma il fronte comune antisionista resta la carta strategica per l'unione dei paesi arabi, con l'autodeterminazione del popolo palestinese quale primo obiettivo. Il vertice al Cairo del 1964 dà vita all'Organizzazione per la Liberazione della Palestina, nella quale confluiranno i movimenti di resistenza, mentre a inizio anni Sessanta si allarga e si organizza la protesta palestinese (Al Fatah e UGEP, un'organizzazione studentesca). Le frontiere giordano-israeliane vacillano per i diritti di sfruttamento delle acque del Giordano, che gli arabi vorrebbero negare a Israele, e la tensione sale pesantemente. A Gerusalemme si riunisce il primo Consiglio Nazionale Palestinese tra maggio e giugno del 1964, che emana la prima Carta nazionale palestinese. Nei mesi successivi Giordania e Israele si fronteggiano vicino a Hebron, mentre Nasser, con la chiusura di Eilat, si dichiara pronto a una nuova guerra. (...) continua