Fuoco dello spirito, della cultura, della politica

Eccomi

Blogger: ekpyrosis
Nome: Ekpyrosis

  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami

Feeds

  • RSS 2.0
  • ATOM 0.3
  • Powered by Splinder

Contatore

visitato *loading* volte

giovedì, 01 maggio 2008
Due volte la grazia

Lugo pidió perdón a la Iglesia

Fin de la hegemonía del Partido Colorado

Lunes 21 de abril de 2008_Asuncion - El presidente electo de Paraguay, el obispo de Fernando Lugo, pidió hoy disculpas a la Iglesia Católica si causó dolor a sus pastores. «Si mi actitud y mi desobediencia a las leyes canónicas causaron dolor, pido sinceramente disculpas a los miembros de la Iglesia», dijo en declaraciones a la prensa un día después de triunfar en las elecciones presidenciales. Al respecto, dijo también que está dispuesto a dialogar para poder tener «una salida satisfactoria» para ambas partes. Por su parte, monseñor Velasio De Paolis, canonista y nuevo presidente de la Prefectura para los Asuntos Económicos del Vaticano, explicó a ANSA que el caso es "inédito" y sostuvo que «será necesario esperar un poco de tiempo para estudiar la situación y reflexionar».

En tanto, el presidente de los obispos de Paraguay, monseñor Ignacio Gogorza, consideró que será el Papa quien tome una decisión, pero para ello «se necesita tiempo». En este sentido, dijo que Iglesia paraguaya aguardará el pronunciamiento del Vaticano respecto a la victoria del obispo. Admitió, sin embargo, que el Consejo Permanente de la Conferencia Episcopal abordará el tema en su próxima reunión, porque «es un acontecimiento insoslayable en la vida del país». El Vaticano había rechazado el pedido de Lugo de «retornar a la condición de laico dentro de la Iglesia» y consignó que «la tarea de un obispo es estar al lado de los fieles siguiendo en todo la suprema ley de la Iglesia, que es efectivamente la salvación de las almas y no el gobierno de la comunidad política».

(La Nacion, quotidiano del Paraguay ,

www.lanacion.com.ar/exterior/nota.asp?nota_id=1006247&origen=rss ,

lunedì 21/4/2008)

Fernando Lugo Mendez, vescovo emerito di San Pedro in Paraguay, ha rinunciato a svolgere il suo ministero per impegnarsi in politica e inaugurare una nuova stagione nel proprio paese afflitto da una diffusa povertà e da una grave arretratezza economico-sociale che il pluridecennale dominio del partito Colorado non solo non ha fermato, ma ha pervicacemente favorito. La consapevolezza che, con il suo gesto, Lugo Mendez si sarebbe messo in una posizione contraria non solo alle leggi canoniche e al giuramento di fedeltà a Pietro, ma anche allo spirito che deve animare ogni pastore della Chiesa universale in una sequela di Cristo che impone la rinuncia al mondo e l’annuncio del Regno, assume un tono particolarmente drammatico in una persona che asserisce di essere rimasto cristiano e che quindi non abiura la sua fede.

E tuttavia, pur con il totale assenso a ciò che la dottrina sociale della Chiesa sostiene in tale frangente, e cioè al fatto che l’attività politica deve essere riservata ai laici, non si può non vedere i segni che questo evento lascia nelle piccole grandi storie di coloro che sono coinvolti. Anche qui infatti non bisogna pensare che Dio non rimanga il Signore della storia, e se non è dato sapere il destino spesso difficile di alcune nazioni come il Paraguay, sono pure ravvisabili le tracce di una grazia che non manca di approdare anche nel "territorio del Diavolo" (che non è il Paraguay in sé, ma il luogo di tutte le ingiustizie che là si sono consumate ai danni dei poveri e dei deboli). La grazia di cui si parla è quella che ha concesso ad una persona, ad un pastore di vivere sulla propria pelle l’affermazione paolina che recita: «Ho nel cuore un grande dolore e una sofferenza continua. Vorrei infatti essere io stesso anatema, separato da Cristo a vantaggio dei miei fratelli, miei consanguinei secondo la carne» (Rm 9,2-3).

Trasferendo il significato di tale confessione dell’Apostolo dei gentili, originariamente rivolta agli ebrei che non avevano accolto la nuova rivelazione di Cristo, in un altro contesto, ma lasciandone intatto il significato di fondo, possiamo ragionevolmente supporre che in chi ha a cuore il Vangelo di Cristo non può non generarsi un grande scandalo per quell’ingiustizia che si manifesta nei rapporti sociali, che fu denunciata da tutti i profeti e che lo stesso Gesù stigmatizzò e patì. Ed è possibile che la giusta ribellione a tale situazione, quando assume contorni particolarmente netti e radicali, dia luogo al sentimento che Paolo ha ben descritto: dolore, sofferenza e rivolta che giunge fino al mettere in discussione, in modo paradossale, la vicinanza a Cristo. Possiamo pensare che in Lugo Mendez tutto ciò si sia declinato nell’accettazione dell’ eventualità di essere separati, con umiltà e non senza mitezza, dalla Chiesa per amore dei fratelli oppressi. Questo è un dolore per tutti, per la Chiesa e per colui che si è separato, ma se ciò è a vantaggio dell’"orfano e della vedova", qui si realizza in modo peculiarmente vivo quel paradosso cristiano, che ama Dio nel prossimo fino al disprezzo di sé, che vuole perdere la propria vita perché non già la propria, ma l’altrui sia salvata, che si separa da Dio in ossequio al suo amore e ai suoi comandamenti: antinomia veramente grande e misteriosa, come grande e misteriosa è la sapienza con cui Dio la rende possibile.

Accanto a questo elemento ve n’è un altro da sottolineare, meno eclatante, ma non senza significato: la prudenza della Chiesa nell’emettere la sanzione canonica conseguente al gesto di Lugo Mendez, al di là dell’ovvia sospensione a divinis già comminata. Nella Chiesa c’è prudenza e attesa. Sarebbe ben misera cosa se fosse solo una questione di opportunità "politica". Ma anche se vi fosse una seria preoccupazione pastorale nel non entrare in conflitto con un’autorità che governa un paese a maggioranza cattolica, ciò non sarebbe sufficiente. Voglio credere in un altro piccolo segno della grazia che nuovamente sospende le leggi. Le leggi sospese da Lugo Mendez per essere anatema a favore dei fratelli, e le leggi che sanzionano tale comportamento autosospese dalla Chiesa stessa: qui vi può essere banale trasgressione da parte del nuovo presidente e banale temporeggiamento presso le gerarchie cattoliche, lo so bene e non mi illudo. Ma il mio disincanto per come vanno le cose in questo mondo è costretto a cedere alla speranza che non arretra di fronte alle smentite della storia. La speranza che è anche fede in un Dio che interviene in quella stessa storia per far nascere le primizie del suo Regno e che un giorno trasfigurerà totalmente nella sua luce la storia chiaroscurale, quando non più decisamente tenebrosa, che noi viviamo. Codesta speranza dice che nella duplice sospensione della legge di cui abbiamo detto può agire la grazia. Si tratta di una grazia non ulteriomente determinabile se non nel futuro che vedremo realizzarsi nel paese di Lugo Mendez. In questo tempo che attendiamo con fiducia tutte le cose di oggi assumeranno contorni più definiti. Nel suo avvento si charificherà se le possibilità "gratuite" che sono date oggi nella fede e nelle intenzioni saranno state realizzate nelle opere e nei fatti e se dovremo felicemente aggiornare la teologia politica cattolica con un nuovo caso, interessante e felice.

Postato da: ekpyrosis a 10:05 | link | commenti (6)

mercoledì, 02 aprile 2008
Aborto e critica dell’Occidente

La tanatopolitica abortista ha una radice ben precisa. Si tratta di quella cultura individualistica e libertaria che concepisce i diritti delle persone come prerogative che spettano loro in quanto soggetti irrelati, che si stagliano su un mondo nel quale non vi è nulla di più degno del perseguimento dell’utile. L’unico freno all’utile individuale è il piacere collettivo, ma laddove quest’ultimo non contrasti con il primo, ogni azione che punta al suo conseguimento non è solo lecita ma doverosa. Nella fattispecie dell’aborto, con "virtuosa" sintesi di Bentham e Malthus, quale risultato migliore, rispetto alla massimizzazione del piacere al tempo stesso collettivo e singolare, di quello di evitare con la nascita di un figlio una responsabilità (come tale suscettibile di "pesare" dolorosamente) e di dividere i beni disponibili tra membri di una comunità meno numerosa?

L’aborto pare essere una soluzione adeguata a quel modo di pensare che immagina l’esistenza umana come il luogo della soddisfazione di ogni desiderio, giacché tale soddisfazione è ciò che appare concretamente perseguibile, ha il pregio di imporsi attraverso tutto ciò che è tangibile, esperibile, fruibile e in ultima analisi consumabile a proprio vantaggio. In tale contesto il valore di chi può decidere, di chi già possiede tutte le capacità di godere e di occupare con la propria presenza inaggirabile il proscenio del mondo è fattualmente più importante e ha maggior peso di chi c’è un po’ meno, di chi vive un’esistenza più dipendente, più bisognosa e nascosta, più fragile e a rischio. Dunque perché sacrificare la vita florida e grassa di chi già è autonomo e può gridare le proprie ragioni, perseguire i propri scopi e imporre la propria volontà a chi, muto e inerme, non ancora è nato e vive la sua indifesa, per quanto scomoda presenza come se fosse un’assenza agli occhi dei più, e talora anche a quelli della madre?

Ma chi ha pensato il pensiero da cui queste domande e la loro forma retorica possono essere scaturite? Chi ha progettato un tipo di civiltà che rende possibile il costituirsi della forma mentis che rifiuta la vita a chi non può esigerla? Chi ha immaginato la prassi politica, giuridica e morale che ne consegue?

È tutta roba nostra, dobbiamo dire con un po’ di tristezza. È tutta roba che appartiene alla civiltà liberale e borghese che ha tradotto in pratica esistenziale l’equivalenza baconiana di sapere e potere, dando vita alla civiltà della scienza, della tecnica e del denaro. La via che ha seguito questa civiltà è stata al tempo stesso quella della uccisione di Dio e della esaltazione dell’homo faber, che poi è diventato l’homo oeconomicus o, che è lo stesso, l’animal laborans, ovvero colui che non spende mai altrimenti il suo tempo che nel consumo e «più tempo gli rimane, più rapaci e insaziabili sono i suoi appetiti» (H. Arendt).

Senza una tradizione, da cui provengano imperativi etici non negoziabili economicamente, senza un contesto di radici inestirpabili e di credi indubitabili, senza un dio insomma, le forze elementari dell’Ego tracotante e appropriativo si sono scatenate, costruendo una civiltà e una politica a propria immagine e somiglianza: la civiltà del capitalismo e la politica del liberalismo, vale a dire la civiltà dell’utile e le politica dei diritti, che degenera, infine, per coerenza edonistica nella società del comfort e nella cultura dell’aborto.

E donde ci vengono i guru di questo pensiero se non dal mondo anglosassone e americano, che pure a questi filoni teoretici e politici non può essere ridotto, ma che nondimeno ha dato il vero combustibile in termini di energie umane e storiche ad una simile (anti)metafisica del piacere e della morte e alla sua (anti) politica? Si pensi agli autori prima citati: Bacone, Bentham e Malthus. Si pensi all’empirismo inglese. Si pensi alle correnti utilitariste, pragmatiste e comportamentiste tutte a sostegno di quell’autocoscienza americana di essere, con la propria ideologia e il proprio modus vivendi, il cuore di un mondo nuovo dove le utopie di una materialistica felicità e abbondanza si sarebbero finalmente realizzate (a beneficio ovviamente dei singoli individui — di successo — cui persino la costituzione tributava, in ossequio ai dogmi borghesi della libera iniziativa individuale, ogni potere e diritto). Si pensi infine alla tradizione imperiale, con i suoi corollari di capitalismo aggressivo e schiavismo che hanno caratterizzato prima l’Inghilterra tra XVII e XIX sec. e poi, dal '900 ad oggi i suoi eredi statunitensi.

L’aborto non è che un aspetto, diremmo quasi necessario, di queste processo di imbarbarimento soggettivistico ed edonistico della cultura e della politica a matrice angloamericana — la cui aggressività divora le creature nei grembi delle proprie madre al pari dei figli delle madri altrui, ormai adulti ma egualmente colpevoli di ingrossare le fila dei nemici di turno. Il fenomeno, culturalmente parlando, ha però una storia lunga e, pur avendo camminato sulle gambe di uomini e di gruppi umani ben precisi, non può essere assegnato ad un’unica tradizione e ad un’unica koiné spirituale. Non si vuole infatti semplificare, escludendo dall’analisi dell’aborto e delle tanatopolitiche altri fattori storico sociali importanti e decisivi: la storia non è solo storia transpolitica o metapolitica, né è riducibile metafisicamente al darsi dell’essere nel modo in cui esso viene pensato dalle filosofie dominanti e realizzato dalle loro prassi socio-politiche. Tuttavia che nell’affaire la presenza culturale e geopolitica di un Occidente a guida anglosassone abbia una sua inaggirabile rilevanza mi sembra cosa impossibile da contestare.

Tutti coloro che, anche oggi in tempo di campagna elettorale, propongono con lodevole insistenza e con intelligente tenacia di rimettere al centro del dibattito le politiche della vita, dovrebbero porsi questo problema, che è il problema della compatibilità di tali politiche con il loro occidentalismo a volte estremista e con la non più e non mai discussa scelta pro-America in ogni ambito della vita associata. "Scelta pro America", ossia indubbiamente "choice pro choice" (e non pro life): meglio, forse, e più sicuro lasciare l’una e l’altra a Veltroni.

Postato da: ekpyrosis a 19:38 | link | commenti (2)

mercoledì, 26 marzo 2008
Nuovi fratelli?

Magdi Allam si è convertito al cristianesimo. Del foro interno nessuno è giudice, quindi anch’egli va preso seriamente quando afferma di credere in Gesù Cristo. Quindi bisognerà sforzarsi di considerarlo fratello nella fede, come fa con qualche giusta ritrosia V. Messori. E tuttavia anche se si è fatto pecora, il vicedirettore del Corrierone non riesce a nascondere il cuore di lupo. Infatti ha utilizzato il suo battesimo non per rinascere a quella fede dove la carità è tutto, ma per essere confermato nelle sua prassi di seminatore di odio.

Con la sua lettera al quotidiano milanese, senza stile né religioso contegno, ha strumentalizzato un sacramento in modo politico per ribadire con rinnovato vigore tutte le sue logore idee sullo scontro di civiltà, diffamando la cultura islamica che egli non aveva mancato più volte di rinnegare. Dispiace che Benedetto XVI sia caduto nel tranello, evidentemente tesogli con luciferina sapienza dai suoi tristi consigliori teo-con. D’altro canto al Papa non si può rimproverare di aver amministrato un sacramento...

Saranno i curiali amici di Bush e M. Novak a doversi prendere le proprie responsabilità: quelli che a suo tempo hanno passato sotto silenzio i moniti di Giovanni Paolo II contro l’ignobile guerra irachena che ha inferto un colpo mortale innanzitutto al cristianesimo caldeo, quelli che non perdono occasione per giocare il derby Cristo-Maometto per la gioia di terzi che sempre godono, quelli che si sforzano di conciliare Cristo con il demone capitalista sotto i buoni auspici dell’Impero e delle piccole bestie che lo servono. Sarà infine il soggetto in questione a doversela vedere con il Dio che non accetta olocausti, ma vuole solo un cuore contrito... un cuore la cui sincera svolta verso l’adorazione di Dio in spirito e verità non traspare dalle parole grondanti arroganza e superbia con cui è stato mediaticamente "decorato" il gesto liturgico.

La Chiesa ha però sopportato presenza ben più ingombranti e questa, come dice un caro amico, è prova della sua natura non solo umana. In fondo qui si tratta sempre di nani e ballerine, alla più cattiva e acida delle quali, con un piccolo finale pentimento, non sarà negato un posticino nel Regno. Magari nella scia di qualche santo sufi o di qualche generoso imam su cui sarà scesa la grazia universalmente salvifica di N.S.G.C. e che l’avrà di migliaia di miglia preceduto al cospetto dell’Onnipotente.

Postato da: ekpyrosis a 19:28 | link | commenti

sabato, 23 febbraio 2008
Quaresima

È un tempo di penitenza che ricorda i 40 giorni di prova passati da Gesù nel deserto. Inizia il mercoledì delle ceneri e finisce il giovedì santo fino alla messa in cena domini (la celebrazione che ricorda l’ultima cena di Gesù).

In questo tempo ci si prepara al periodo pasquale che celebra la passione, morte e risurrezione di Gesù. Nella tradizione cristiana antica corrispondeva anche al periodo di catecumenato con cui i convertiti al cristianesimo si preparavano a ricevere il battesimo e ad entrare nella Chiesa.

La penitenza, che rappresenta l’elemento simbolicamente ed esistenzialmente più significativo della Quaresima, in generale si può indicare come un movimento dello spirito che riconosce un debito immenso di gratitudine a Gesù, che si è piegato a sopportare indicibili sofferenze per liberarci dalla schiavitù del peccato, portando a beneficio nostro le conseguenze del peccato stesso e dandoci così la possibilità di ritornare nella comunione con Dio. Riconoscere il grande sacrificio di Gesù è il primo passo per amarLo. L’amore di Gesù, quando giunge a pienezza e maturità, si vuole unire alle sofferenze di Gesù, per cercare di vivere quella rinuncia a sé, quella donazione totale a Dio e agli altri, che non arretra di fronte a nessun ostacolo. La penitenza diviene allora un atto simbolico che dimostra la volontà di entrare in una vicinanza concreta al Salvatore, tanto da voler rivivere su di sé una parte, minima e simbolica, appunto, delle sofferenze che Cristo ha accettato volontariamente di patire per noi. La pratica del digiuno (un solo pasto frugale al giorno) e dell’astinenza (non mangiare carni, cibi pregiati e/o particolarmente nutrienti) sono nate proprio in questa logica di sobria partecipazione alle prove che Cristo ha affrontato a beneficio dell’umanità.

Nella vicinanza a Cristo cercata durante la Quaresima, i cristiani si preparano a rivivere il mistero centrale della loro fede, cioè la risurrezione pasquale di Gesù, che significa la vittoria definitiva del bene sul male, della vita sulla morte, della gioia sulla tristezza. Non c’è dunque nella Quaresima alcuna volontà di esaltare la sofferenza e la privazione in quanto tali. Sarebbe assai strano che una spiritualità nata dalla Pasqua, cioè dalla definitiva sconfitta della morte come culmine di ogni privazione e sofferenza, finisse per considerare quest’ultime come elementi in sé portatori di un qualche valore. Al contrario nella vicenda paradigmatica ed esemplare di Gesù, il grande nemico, la morte appunto, è sconfitto dall’interno, attraverso una morte in cui il morire, il venir meno, il soffrire non sono l’ultima parola. A partire da questa retrocessione della morte a contingenza si può e deve leggere il senso spirituale della sofferenza e del patimento, che diventano non fini a se stessi, non buchi neri senza luce, ma momenti, passaggi, fattori transitori in vista della vittoria escatologica della vita.

La testimonianza del con-soffrire in Cristo non rappresenta allora nessuna forma di masochistico autolesionismo, nemmeno nelle forme più estreme (e sublimi) di cui abbiamo medievale ricordo nelle poesie di Jacopone da Todi, bensì costituisce l’affermazione contraria della sconfitta nel Figlio dell’Uomo, destinato alla risurrezione e meritevole per noi di una nuova vita, di tutto ciò che è buio, tenebra, negazione, sofferenza e morte. Ogni sofferenza in Cristo è dunque contro la sofferenza, ogni morire in Cristo è contro la morte. Questo è il percorso dello spirito che vive la Quaresima in vista della Pasqua quale motivo irrefutabile e perno imprescindibile della speranza cristiana.

 

Postato da: ekpyrosis a 08:25 | link | commenti

giovedì, 07 febbraio 2008
La sovrana irresponsabilità dei giudici nel sistema liberale

La recente sentenza del TAR del Lazio che abolisce alcune linee guida della legge 40 sulla fecondazione assistita — linee che riguardano la diagnosi pre-impianto, ossia il divieto di effettuare esami invasivi sugli embrioni prima di impiantarli nell’utero della futura madre al fine di selezionare eugeneticamente i sani e scartare quelli malati —, aprendo a queste tecniche crudeli un "varco legislativo" ad onta della lettera e dello spirito della stessa legge, solleva alcune pressanti domande. Le domande sorgono relativamente al ruolo della magistratura in questo paese, così come, più in generale, nelle democrazie occidentali di stampo liberale. Eugenia Roccella, a proposito del caso citato, ha parlato di «potere irresponsabile» del magistrato. La bioeticista ha così definito l’atto di un’istituzione che si è arrogata il diritto di stravolgere il senso di un dettato legislativo, non dovendo risponderne a nessuno. La cosa ha qui un significato rilevante per tutta la legislazione che riguarda la vita e il limite che è necessario imporre alle pretese di scienza e tecnologia nei confronti delle concrete esistenze dei soggetti più deboli e socialmente indifesi.

Tuttavia mi vengono in mente altre situazioni, non meno importanti. Ho presente quei casi in cui magistrati irresponsabili perseguono individui che hanno reagito con successo ad aggressioni, furti, rapine etc. L’esito infausto per il delinquente di un tentativo di appropriarsi dei beni o di attentare alla vita del suo prossimo diventa occasione per veri e propri atti di persecuzione giudiziaria contro le vittime scampate, gabellati e travestiti da "atti dovuti". Ci si domanda, a tal proposito, perché chi ha già rischiato la vita o la salute per difendere sé e quanto è di sua proprietà deve pagare avvocati, subire interrogatori, vedersi sequestrati tempo e serenità da un soggetto che di questi errori nessuno potrà mai accusare (nessuno, eccetto, ovviamente, i colleghi di "casta" e di poltrona, che hanno occhi di riguardo e speciale condiscendenza per gli appartenenti alla loro medesima élite giudiziaria).

Un’altra fattispecie che mi sovviene riguarda il tema dell’immigrazione. Qui una schiera di magistrati finto-umanitari ha deciso di far pagare alla comunità degli italiani "che non governano" e che non dispongono di potere contrattuale l’allargamento delle maglie della legislazione a favore dei clandestini, anche questa volta contro lo spirito e la lettera della legge. Quindi saranno i nostri poveri (saremo noi poveri) che abitano le periferie a dover sostenere l’onda d’urto del conseguente aumento di micro e macro-criminalità d’importazione, cioè la deriva necessariamente causata dall’emarginazione alla quale chi è accolto in sovrannumero rispetto alle capacità sociali ed economiche di integrazione è condannato. Il magistrato "dalle ampie vedute" contemplerà il tutto dai resoconti dei media (auspicabilmente non prezzolati e non tacitati) che ascolterà nella comodità del suo appartamento da ricco, in un quartiere ricco dove egli può godere dei privilegi di decoro, pace e sicurezza che costantemente nega ai suoi concittadini meno abbienti e fortunati.

Allora, in definitiva, le domande che mi pongo sono le seguenti:

- che senso ha questo strisciante conflitto tra poteri dello Stato, nel quale il giudiziario pretende di modificare e stravolgere il senso e l’intenzione degli atti del legislativo?

- che senso ha, in questa situazione, un’indipendenza della magistratura come assioma indiscutibile all’ombra del quale si produce un’effettiva impunità dei magistrati per i loro a volte gravissimi e dannosissimi errori?

- che senso ha la frase che ho sentito recentemente ripetere solennemente dai membri della corte costituzionale, secondo cui il giudice è sottomesso solo alla legge? Forse che la legge nei confronti del giudice si applica da sola? Forse che la legge per virtù magica punisce gli errori del giudice senza che qualcuno si preoccupi della sua effettiva vigenza e coattività? E chi deciderebbe, in caso di controversia, come vada interpretata una legge? E chi deciderebbe, in caso di coinvolgimento del giudice in una fattispecie di reato?

Oggi la drammatica plausibilità di questi interrogativi denuncia un livello ormai insopportabile della giuridicizzazione della vita sociale, in cui le vie legali rappresentano il surrogato "oggettivo", "indiscutibile", "ineccepibile" di tutte quelle altre prospettive — politiche, etiche, culturali — cui normalmente è affidata la gestione della nostra quotidianità e dei rapporti umani in essa intessuti. Un surrogato "oggettivo" il cui contraltare è l’espansione incontrollata e metastatica della soggettività del magistrato e della sua corporazione, laddove gli atti di questi ultimi possono essere revocati in dubbio solo all’interno del sistema giudiziario stesso, da persone la cui appartenenza corporativa non garantisce alcuna obiettività e terzietà.

Si tratta qui inoltre del predominio di un potere che respinge, in nome del feticcio dell’indipendenza, ogni correttivo proveniente da altri settori dello Stato, e intende al contrario avere l’ultima parola sulle competenze di questi ultimi.

Infine, e proprio per questo, è un potere totalmente al riparo dall’autodeterminazione democratica dei cittadini, esercitato per di più da un’élite di uomini la cui possibilità di influire in modo distruttivo sulle vite delle persone non trova corrispondenza in una formazione etica, spirituale, umana e culturale minimamente adeguata.

Insomma, qui in Italia, ma anche altrove (temo), la giustizia che dovrebbe compenetrare e orientare i nostri rapporti sociali è in balia di un gruppo di tecnici del diritto che agisce in modo spregiudicatamente autoreferenziale, desostanzializzando in maniera irrecuperabile la democrazia. Di fronte a tutto ciò, l’alternativa alla rassegnazione è, almeno all’inizio, un serio appello, innanzitutto culturale, ad uscire dai dogmi e dai feticci liberali, immaginando possibili contenimenti dello strapotere giudiziario e la possibilità di una responsabilizzazione sociale e morale dei magistrati intesi sia come singoli individui, sia come corpo e istituzione dello Stato.

Postato da: ekpyrosis a 22:52 | link | commenti